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Moralisti o Repubblicani? Live report degli Amor Fou a Fabbricaria

Moralisti o Repubblicani?
Amor Fou a Fabricaria
di Luisa Ferrara

“La musica appartiene al popolo, che la esercita in tutte le sue forme e senza limiti”.
Questo è il primo articolo della Costituzione, e non stupitevi. Stiamo parlando infatti della Repubblica Indipendente di Fabbricaria, che definire un luogo sarebbe riduttivo. Fabbricaria è un’idea, Fabbricaria è un modo di concepire la musica come stare insieme.  Un’associazione, un progetto, una possibilità.
Siamo ad Aversa, in una trasversale di Via Roma, al centro città. Al pianterreno di una galleria di negozi c’è un piccolo mondo, e tanta gente. Sono le 22 di una fredda domenica di dicembre, siamo quasi a Natale. Attendiamo tutti con ansia che Raina e i suoi finiscano un soundcheck cominciato in ritardo. Li sentiamo scherzare tra loro mentre accordano gli strumenti. Del resto i soci fondatori di Fabbricaria mi avevano raccontato della simpatia degli Amor Fou, ma soprattutto della disponibilità, della semplicità, e del loro amore per il sud.

Gli Amor Fou sono una band milanese attiva dal 2006, reduce dall’ultimo lavoro “I moralisti” (maggio 2010) un concept album sulla morale italiana (o italica?) che racconta le storie di 10 personaggi. Tra la musica d’autore, slanci intimistici e citazioni cinematografiche, sono sicuramente una delle formazioni più interessanti della scena indie italiana.
Non li avevo ancora visti, certo non me li aspettavo sul palco così eleganti. Che poi chi ha mai detto che il rock non possa essere elegante? Nell’accezione più alta del termine, s’intende, quell’eleganza che è la bellezza della cultura. Perché questa per me è musica colta, colta per la capacità dei testi di catturarti, parola dopo parola, immagine dopo immagine. Un modo allo stesso tempo coraggioso, riflessivo e arrabbiato, di raccontare un po’ d’Italia, questa Italia stremata da una morale troppo spesso ipocrita e cieca.

amor

Dalla tanto discussa “De Pedis” alla dura “Filomene e Bauci”, dalla più scanzonata “Peccatori in blue jeans” ad alcuni brani de “La stagione del cannibale” (2007) come la romantica “Che cos’è la libertà”, era facile lasciarsi prendere dal clima intimo che si crea a Fabbricaria, dove non ci sono grosse barriere tra palco e pubblico, e lo scambio d’energia tra gli ascoltatori e i musicisti è inevitabile.

Lodevole la cover di Franco Battiato che Alessandro Raina a mio parere interpreta magistralmente (io sono del partito nessuno tocchi Battiato, De Andrè, De Gregori e co.), una “Prospettiva Nevski”, fredda come i “trenta gradi sotto zero” e dolce come la voce calda dell’interprete. Che alla fine  regala ai fan “Il periodo ipotetico” scendendo nella folla e volgendosi ai suoi amici e colleghi: Giuliano Dottori alle chitarre, Paolo Perego al basso, Leziero Rescigno alla batteria. Un pezzo che coinvolge tutti, lo si vede dalle facce, e lo stesso Raina è visibilmente emozionato, dal contatto col pubblico, ma forse anche da un pezzo al contempo malinconico, triste e speranzoso: “Ma passerà, sì passerà questo pallore che ci rende così simili da non distinguerci...”.
Gli Amor Fou non sono da sottovalutare: raccontano  con la stessa bravura problematiche sociali e pene d’amore, e sono capaci di stupire anche nelle improvvisazioni più rock e noise.
Ci mancavano dei cantastorie così.



“La nostra modernissima versione di un rancore borghese non ha cambiato forma né colore alle sgualcite tue bandiere…”. Non c’è frase migliore che possa descrivere il nostro Paese in questi giorni, forse in questi mesi o in questi anni.

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