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"Na storia nova" dei Foja. Ben prodotto, ma non tutto è ancora a fuoco..

di Salvatore Sannino
Nel mare magnum delle produzioni nostrane, quella dei Foja sembra essere una storia felice. La prima volta che ho avuto l’opportunità di ascoltarli dal vivo è stato il 28 Gennaio 2011 alla Galleria Umberto. Mi si dice che il loro showcase pomeridiano alla Fnac è andato bene, che hanno venduto un bel po’ di dischi. La cosa m’incuriosisce, me ne compiaccio e spero, poco prima della loro esibizione, di assistere ad un live che sia un tantino meglio di quello degli altri gruppi che si alternano sul palco.
Aspettative subito deluse dal fatto che i ragazzi, in proporzione a quanto si sbattono sul palco, riescono davvero a coinvolgermi poco. Poco male, penso, non li conosco e l’acustica della Galleria, diciamocelo pure, non è affatto dalla loro parte. A qualche mese di distanza, ironia della sorte, mi capita in mano il loro disco, vediamo di analizzarne il lavoro e di capire cosa ha permesso loro di avere un così grosso successo di pubblico.
“’Na storia nova” è il primo disco dei Foja. La band è composta da Dario Sansone (autore dei testi, voce e chitarra), Ennio Frongillo (chitarra), Giovanni Schiattarella (batteria) e Giuliano Falcone (basso). I ragazzi propongono un folk-rock molto melodico, che trova le sue radici nel folk di stampo statunitense. Puntano sull’immediatezza e sull’orecchiabilità e usano la lingua napoletana per dipingere i loro affreschi di vita quotidiana, tra chiaroscuri, rabbia e neoromanticismo.
Mischiare tradizione e suoni nuovi è l’eterna (probabilmente inutile) lotta di migliaia di band napoletane dagli anni novanta ad oggi. State tranquilli, qui di suoni nuovi e moderni non ce n’è neanche l’ombra. Gli arrangiamenti restano sul folk classico, di stampo cantautoriale e nemmeno di quello più evoluto (i riferimenti qui non sono certo Bon Iver o Iron and Wine), raramente presentano guizzi, per lo più appaiono piatti, tra una ballata in chiave western, e una cavalcata combat-folk. E’ come se l’aria dei saloon del vecchio west volesse contaminarsi con i quartieri spagnoli, con le storie dei vicoli, che parlano per l’ennesima volta di disagio e riscatto sociale.

La partenza è lasciata alla “Ballata do Diavolo”, uno slow rock un po’ scontato che, con le prime tracce, sembra l’ombra di qualche indovinata canzone dei 24 Grana del glorioso passato che fu, il combat folk blueseggiante di “Cos’’e pazz”, nonostante l’imbarazzante testo di stampo adolescenziale, fa un po’ risvegliare gli animi e sembra restituire un po’ di vitalità ad un lavoro in cui la monotonia la fa da padrone. Belli gli inserti di fiati che si intrecciano con le chitarre, come nel finale di “Guerra Persa”. Continuo ad ascoltare l’acclamato singolo “’O sciore e ‘o viento” e mi accorgo sempre di più che tutta questa storia, na storia nova tanto non è.
Ascolto i testi e mi ritrovo a chiedere per quale sacrosanto motivo ogni volta che una band decide di cantare in napoletano deve sempre tirare in mezzo i fuochi che bruciano, le febbri che salgono…e tutta una retorica di luoghi comuni che sembra attanagliare la nostra terra e il nostro dialetto, quel voler per forza di cosa essere viscerali ed evocativi, perché siamo gente del sud e dobbiamo far sentire il nostro calore, mi sembra davvero una finzione scenica, una forzatura, più che un segno di appartenenza.
Intendiamoci, i ragazzi sanno anche suonare, la produzione non è male, tiene piede, insomma, a quelle che sono le attuali produzioni nazionali. Eppure, di questa sorta di compendio di tutto ciò che è oggi la musica indie in Italia io non ci vedo neanche l’ombra (con buona fortuna dell’indie italiano). Sono dell’opinione, forse sbagliata, che riproporre sempre la solita solfa dell’etica sociale da disadattati, roba che andava di moda negli anni 90, che viene dalle Posse, dagli Almamegretta, dai primi 24 Grana, non faccia assolutamente bene alla musica napoletana.
Quando smetteremo di piangerci addosso? Di emarginarci da un contesto nazionale, rimescolando la mediocrità che si trova dietro il nostro cortile? Scusate se continuo a pensare che nel secolo XXI di tutta questa roba, francamente, si può benissimo fare a meno.
Salvatore Sannino
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